

Ringraziamo Carlo Boccazzi e la rivista Giovani Genitori, che pubblicherà questa intervista sul numero di marzo 2011, per averci consentito di condividere alcune idee sulla "smart city" e sulla città a misura di bambini.
Siamo pronti a immaginare città intelligenti? Spazi amichevoli che ci aiutano a realizzare i progetti di vita e di lavoro, città che puntano a uno sviluppo equilibrato, a una migliore qualità della vita, a spazi urbani vivibili e buoni servizi? Il tempo di sognarle è finito: l'idea di “Smart city”, nata negli Stati Uniti e in Canada, si sta diffondendo in Europa ed è arrivata fino a Torino, a Genova e alle altre città del Nord Italia. Ma Torino ce la può fare?
Tutti noi sperimentiamo ogni giorno quanto le condizioni della città siano drammaticamente presenti nella nostra vita. Chi non conosce lo stress da tangenziale, l'assenza di parcheggi, l'inquinamento, i tram lenti, la scarsità di asili nido, le scuole sporche, gli ospedali troppo pieni?
Le infrastrutture sono la parte “hard” della città, esattamente come l'hardware è la parte fisica di un computer. Essendo facilmente misurabili, la loro presenza (o assenza) è evidenziata in maniera coerente negli indici economici più noti, come il Prodotto Interno Lordo.
Esiste tuttavia una parte “soft” della città, costituita dal suo capitale sociale, dalla cultura e dall'ambiente. È un capitale di risorse difficilmente misurabili, che esulano dagli standard economici classici. Tuttavia una città in cui l'aria è pulita, c'è poco traffico, le facce sono sorridenti, rende la vita dei cittadini gradevole almeno quanto una città che ha infrastrutture ben realizzate. Questo capitale intangibile è, al momento, poco quantificato e quasi del tutto inutilizzato. Il “capitale umano”, vale a dire noi, la cittadinanza, nel bilancio sociale siamo considerati una voce passiva, consumatori di ricchezza e non risorse della città. Eppure potremmo dare molto.
Ne abbiamo parlato con Carlo Boccazzi, 42 anni, neo padre, che da 15 anni si occupa di studiare il rapporto tra lavoro, consumi e stili di vita, con un occhio a Torino e uno a quel che capita in giro per il mondo.
A livello teorico, la città smart è la città in cui le infrastrutture sono ben funzionanti e ben progettate ma qual è l'impatto di questa idea nelle nostre vite?
“Smart, soft e hard sono concetti mutuati dall'informatica. In informatica è chiaro che lo “smart”, come lo smart phone, il cellulare intelligente è venuto dopo il friendly cioè l'interfaccia amichevole di windows o di machintosh. Parlare di città smart va molto di moda oggi, tuttavia è un concetto abbastanza sfuocato che si presta a molti malintesi. Ho l'impressione che in Italia, nel declinare l'idea di smart city, spesso si intenda una città che punta sui grandi eventi, e sui grandi investimenti, soprattutto in campo tecnologico, con l'obiettivo di aumentare la propria competitività e attirare capitali e intelligenze. Potessi scegliere dove far crescere mia figlia, preferirei farlo in un luogo dove il concetto di smart è associato a quello di friendly, cioè di amichevole. A ben guardare, sono aspetti totalmente indissolubili, che curiosamente però finiscono per contrapporsi”.
In che senso?
“Soprattutto in passato il termine Smart è stato prevalentemente tradotto come 'elegante', 'alla moda' di 'successo'. A Torino, ad esempio, si è fortemente ancorato a eventi come le Olimpiadi, a Milano se ne parla in riferimento alla prossima expo ed è stato spesso declinato in marketing del territorio. Ma la competitività di un territorio è solo in parte riconducibile alle infrastrutture, passa attraverso la diffusione di buone pratiche sociali, ambientali ed economiche. Molte di queste pratiche pongono un problema di informazione e consapevolezza dei cittadini.”
Facciamo un esempio concreto:
“ Nel nostro paese pochi esercizi pubblici ospitano il fasciatoio per i bebè in bagno. Se escludiamo i luoghi dove non c'è lo spazio per metterlo, il problema di questa assenza non è legato al costo e tanto meno a una avversione verso il bambini... Semplicemente pochi gestori di locali pubblici hanno riflettuto su come la presenza di un fasciatoio possa qualificare la loro offerta commerciale, cosa che invece sanno bene le grandi multinazionali tipo Ikea o McDonald. Una buona offerta di locali pubblici a misura di bambino rende la città più vivibile per chi ha figli e contemporaneamente diventa un ottimo fattore per creare sviluppo. Significa, per esempio, attrarre turisti con famiglia da altre città, diventare un punto di riferimento in termini di immagine. In questo percorso, non è necessario investire grandi somme basta offrire informazione, comunicare, essere di stimolo per il cambiamento. Un ragionamento analogo vale per molte pratiche ambientali legate ai consumi o alla mobilità: le zone pedonali, le Zone 30 in cui le auto non possono superare determinati limiti di velocità, l'assenza di barriere architettoniche: tutti questi sono fattori che possono creare sviluppo”.
Ma tutti questi temi non sono riconducibili all'idea di smart city?
I temi ambientali sono messi sempre piu' spesso in relazione con la smart city. Ma il concetto friendly investe i rapporti tra i cittadini e tra i cittadini e le istituzioni. La strada del friendly spesso si riduce a un semplice problema di atteggiamento. Una città può dotarsi di un sistema di trasporti pubblici scientificamente accessibile a passeggini e ai disabili, ma se l'autista si ferma a un metro dalla pensilina, non c'è investimento tecnologico o infrastrutturale che tenga: salire sul pullman diventa difficile. Sono quindi le persone che devono sentirsi impegnate in prima persona nel rispetto delle buone pratiche”.
E Torino è piu' friendly o piu' smart?
“Torino periodicamente rischia di dimenticarsi della sua parte friendly ora però mi sembra che ci siano segnali positivi, il primo è rappresentato dalla fine della sbornia olimpica, un momento bellissimo che però ha fatto covare l'illusione che la città potesse svilupparsi per giustapposizione di eventi; il secondo è rappresentato dalla diffusione degli scambi culturali dei giovani torinesi con altri paesi. Chi torna da un soggiorno all'estero porta spesso con se nuove abitudini nuove sensibilità. Io, ad esempio, sono convinto che il massiccio ritorno all'uso della bicicletta, prima tra gli studenti, poi tra i giovani in generale, coincida non a caso con la diffusione dell'Erasmus di massa. . C'è da tenere presente, infine, in un momento di forte crisi economica, che le pratiche friendly generalmente costano poco, perché passano attraverso l'informazione e la valorizzazione di comportamenti che sono poi i cittadini a mettere in pratica”.
Come fare a convincerci che le buone pratiche non sono solo eticamente giuste, ma anche concretamente utili per noi stessi?
“L'investimento in 'friendlyness' non è solo giusto è anche utile. Faccio un esempio concreto. In Gran Bretagna la città di Cardiff, non si è rassegnata alla crisi dell'estrazione carbonifera, ha puntato il suo rilancio su un mix di grandi infrastrutture, come il Millenium Stadium (lo stadio di rugby più grande del Regno Unito) e 'friendlyness', come le pedonalizzazioni, efficienza dei trasporti, servizi per gli anziani, i bambini, le famiglie. Il significato di questa transizione che ha coinvolto associazioni, gruppi formali ed informali è stato forte. Si è sviluppata una forte e collettiva attenzione all'ambiente, si sono diffusi numerosissimi esercizi equi e solidali ecc...Oggi Cardiff attira, ogni anno, piu' di 10 milioni di turisti ed è una delle piu' importanti piazze commerciali della Gran Bretagna. Torino potrebbe fare lo stesso qualificando la propria offerta verso l'accoglienza per le famiglie, perché una migliore qualità della vita e un'occasione per aumentare l'attrattiva turistica del territorio, perché una città in cui i bambini stanno bene è una città che piace a tutti.
Commenti
TROVO SCONVOLGENTE CHE IN QUESTO PARTITO CI SIANO UOMINI BUONI PER TUTTE LE STAGIONI.....E ANCHE STAGIONATI NEL SENSO DI VECCHI SENZA SPERANZA.
SIAMO APERTI AL NUOVO CON IDEE NUOVE
EVVIVA, SIAMO IN ATTESA.
RSS feed dei commenti di questo post.