Vogliamo il pane e le rose.
L’urbanistica torinese degli ultimi quindici anni si è concentrata su una grande crescita immobiliare, sulla conversione delle grandi aree dimesse e sulla costruzione di una importante rete di infrastrutture per la mobilità.
I tempi sono maturi per spostare l’attenzione sulla qualità dello spazio pubblico e sul percorso per arrivarci. Ermanno Torre e Andrea Alario provano a dirci come la pensano.
E voi? Che ne dite? Vi sembra una buona idea?
Il PRGC (Piano regolatore generale comunale)1995, la città di Torino si dotava dopo più di trent’anni di un nuovo Piano Urbanistico Generale. Le trasformazioni sociali, economiche e culturali che la città stava vivendo, a seguito della deindustrializzazione iniziata negli anni ’80, avevano così cambiato l’immagine fisica della città da rendere indispensabile l’adozione di un nuovo strumento urbanistico.
Tuttavia solo quattro anni dopo Torino dovette rimettersi in gioco accettando di essere la città ospite dei XX Giochi Olimpici Invernali, previsti per il 2006.
Per preparasi ad accogliere i Giochi Invernali la città approvò nel 2000 il suo Primo Piano Strategico, con il quale scelse di localizzare i nuovi interventi in modo capillare sul territorio, con lo scopo di permettere che questi si inserissero all’interno del tessuto urbano preesistente e con esso dialogassero, evitando inoltre che dopo l’evento olimpico rimanessero dei monumenti isolati.
Al di là dell’evento olimpico, sicuramente di grande portata e visibilità, si può in generale dire che dal 1995 ad oggi la città ha subito molte trasformazioni al suo interno, rese possibili grazie a numerosissime varianti al Piano Regolatore.
Le varianti al Piano sono un legittimo strumento di correzione e limatura nel tempo delle previsioni urbanistiche, ma a nostro parere è necessario elaborare una procedura democratica volta a costituire una gestione dei suoli subordinata all’equilibrio tra interessi pubblici e privati, storicamente conflittuali.
Le opere che richiedono l’approvazione di una variante strutturale al piano devono seguire un iter procedurale che sia in grado di offrire tempi certi ai proponenti e garantire gli interessi della collettività. Questi potrebbero essere alcuni criteri:
1) Prevedere una tracciabilità degli oneri di urbanizzazione da parte dell’Ente, affinché la cittadinanza percepisca la nuova opera non solo come un nuovo elemento impattante ma come uno strumento per il miglioramento fisico della città
2) Immaginare che un’opera che porta un impatto importante sulla città (grattacieli, centri commerciali, nuovi quartieri residenziali) debba sostenere oltre ai normali costi derivanti dalle opere di urbanizzazione anche delle opere di compensazione, che garantiscano una ricaduta sociale e pubblica sulla porzione di città in cui questo si insedia.
3) Eseguire le opere pubbliche prima della fine dei lavori di costruzione, invece che nei dieci anni successivi
La proceduraLa procedura di variante, attualmente piuttosto lunga e tortuosa, tende a privilegiare le grandi operazioni immobiliari rispetto a quelle della piccola–media committenza, a causa della quantità di oneri che queste possono generare.
L’impressione infatti è che la Pubblica Amministrazione sia particolarmente incline a variare le previsioni di Piano per quei grandi committenti che, essendo nella condizione di poter contribuire in maniera cospicua (grazie agli oneri di urbanizzazione) ai sempre più martoriati bilanci comunali, costituiscono una interessante opzione.
Il numero dei vincoli sembra essere inversamente proporzionale alle disponibilità finanziarie della committenza.
Il bene comuneLa Città deve difendere il valore dei pochi suoli liberi rimasti, sapendo che sono un capitale insostituibile, che può essere investito solo a fronte di una rendita, in termini di benefici più che di guadagno economico, certa e duratura. E’ qui che iniziamo a parlare di spazio pubblico.
Già, perché lo spazio pubblico pianificato, per una città di media grandezza ben collegata con altri centri europei, come Torino, significa qualità della vita degli abitanti, elemento in grado di attirare popolazione e capitali più di quanto possa farlo la varietà del parco abitativo.
Sotto questo punto di vista gli interventi della Spina Centrale sono un’occasione parzialmente persa.
Hanno essi risolto il problema della ricucitura del tessuto urbano ai lati della vecchia trincea ferroviaria? Oppure hanno semplicemente creato un nuovo viale Nord – Sud per lo scorrimento veloce del pendolarismo quotidiano?
Ciò che si nota percorrendo la Spina è la totale assenza della vita del piano strada, salvo rari casi. Le città si sono sempre sviluppate attraverso la progettazione degli edifici ma anche degli spazi pubblici di relazione. Ciò che rende un quartiere vivo e dinamico sono i servizi e le attività che si sviluppano lungo le arterie, in particolare il commercio. L’assenza di questo fa si che il viale della Spina sia visto dall’utenza prevalentemente come un’arteria di scorrimento, e non come tanto una parte vissuta della città.
Per garantire la qualità dello spazio pubblico è oggi indispensabile chiedere qualcosa di più ai soggetti privati più forti; non è detto che ciò comporti un allontanamento dei possibili investitori dalla città, ma sicuramente aumenterebbe il livello della contrattazione tra le parti.
Ma se l’allontanamento avvenisse realmente (del resto la Pubblica Amministrazione non ha le condizioni economiche per essere un soggetto forte nella contrattazione), la città dovrebbe accettare il principio per cui l’edilizia non è soltanto un settore economico trainante, ma un elemento caratterizzante l’identità e la qualità di un territorio.
E’ possibile normare il bello?Un’altra questione centrale che l’urbanistica torinese non ha affrontato in questi anni è la costruzione di un modello di città condiviso anche sul piano formale. La costruzione della “città bella” ha bisogno di una sana competizione di pensiero: tante teste pensanti producono luoghi, oggetti, situazioni migliori di quelle pensate da una sola o da una cerchia ristretta poco avvezza al confronto.
La città di Torino ha bisogno di concorsi di progettazione per tutti i Masterplan (come avviene in molte città d’Europa) e per tutti gli edifici pubblici per i quali è previsto un importo lavori superiore ad una certa cifra (ad esempio il milione di euro).
Il quartiere del Borneo di Amsterdam è un virtuoso esempio procedurale. Il Masterplan ha dettato le linee guida che sono state ottimamente recepite dalla committenza privata. Ciò dimostra come un controllo della qualità urbanistica e architettonica non è un elemento che fa allontanare gli investimenti privati, ma li stimola e li accompagna in un percorso che molto spesso è problematico.
Il soggetto pubblico tornerebbe così ad essere il principale promotore della qualità architettonica della città, come lo è stato storicamente e come continua ad essere nelle altre realtà europee.
Ermanno Torre, Andrea Alario
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